Il secondo giorno, ebbi un attacco di panico. Il mio primo attacco di panico. Nemmeno da umano ne avevo mai avuto. L’analista ha sempre detto che è un bene, che vuol dire non avere ancore superato una certa soglia d’ansia, oltre la quale le cose si fanno un po’ più gravi. Ma l’analista che l’ha detto a quanto pare è un prodotto della mia immaginazione, e ora non esiste più. Visto che sono guarito.
Ero entrato in rosticceria e avevo chiesto un panino con carne e formaggio. Il commesso aveva preso l’ordine e dopo un paio di minuti mi aveva portato un panino di plastica.
È uno scherzo?, chiesi al papero con il berretto rosso.
Scusa?, rispose cadendo dalle nuvole.
Vuoi dire che davvero ci nutriamo di plastica?, avevo cominciato a sudare.
Io no, ma tu se vuoi puoi nutrirti anche di cemento armato.
Iperventilavo, sudavo freddo e mi cedettero le zampe. Una donna corpulenta e profumata, che stava in fila dietro di me, mi prese per le spalle salvandomi dall’impatto. Mi misero supino su un paio di sedie allineate e mentre mi tenevano i piedi palmati all’aria per risollevare la pressione un signore con bombetta nera, e occhiali enormi e tondi, mi disse che avevo bisogno di zuccheri. Si fece portare un muffin dalla cameriera, un muffin di plastica, e spezzandolo con dolcezza mi imboccò.
Quel muffin sapeva di muffin, e glassa e mandorle e miele.
Posso assaggiare la montatura dei suoi occhiali?, chiesi.
Perché mai dovresti farlo?, mi disse il signore con bombetta, e poi, rivolgendosi agli altri, e disegnando dei cerchi col dito vicino a una tempia, sussurrò: Mi sa che questo non ci sta con la testa.
La plastica, dissi, e poi mi fermai. In fondo non sapevo cosa avrei voluto dire: che la plastica avrebbe dovuto sapere di plastica? Che i Muffin, nella dimensione da cui provengo, sono molto meno colorati e precisi, più friabili, porosi e gretti? Mi rimisi in piedi – in zampe, dovrei dire – e ringraziando, e chiedendo scusa, lasciai il locale.
L’aria di fuori mi disannebbiò il cervello. Profumava di città, di gas di scarico e pollo allo spiedo, di polvere e di catrame fuso. Un cumulo di cirri a nord formava la strana sagoma di un cane dalla testa sproporzionatamente grande. In lontananza svettavano un paio di grattacieli, una fabbrica a carbone dagli alti fumaioli e schiere di palazzi a sette, otto o nove piani.
Ah, poco lontano dal Colosseo, un gigantesco palazzo dalla forma cubica proiettava la sua tozza e inconfondibile ombra sulla città.
In che città ci troviamo?, chiesi a un passante afferrandolo per un braccio.
Eh?, alzò un sopracciglio e notai che la sua iride era troppo verde e troppo grande.
Come si chiama questa città?, Roma?, gli lasciai il braccio spolverandogli la giacca con la mano, fingendomi mortificato.
Roma?, disse, Ma si sente bene?, chiese, per poi aggiungere: Siamo a Paperoma, la capitale de…
Cos’è quello?, lo interruppi, Quella costruzione azzurra con un glifo inciso sulla facciata e una cupola gialla sul tetto?
È il, esitò, marcando un po’ più di distanza da me, come se avessi la peste, È il deposito di Paperon De Paperoni…
Fu in quell’istante che alcune sinapsi nel mio cervello di papero scoppiarono, come brufoli schiacciati a sangue, oscurandomi la coscienza d’un fischio nero.

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