giovedì 26 agosto 2010

paperi sull'orlo di una crisi di nervi

Il secondo giorno, ebbi un attacco di panico. Il mio primo attacco di panico. Nemmeno da umano ne avevo mai avuto. L’analista ha sempre detto che è un bene, che vuol dire non avere ancore superato una certa soglia d’ansia, oltre la quale le cose si fanno un po’ più gravi. Ma l’analista che l’ha detto a quanto pare è un prodotto della mia immaginazione, e ora non esiste più. Visto che sono guarito.
Ero entrato in rosticceria e avevo chiesto un panino con carne e formaggio. Il commesso aveva preso l’ordine e dopo un paio di minuti mi aveva portato un panino di plastica.
È uno scherzo?, chiesi al papero con il berretto rosso.
Scusa?, rispose cadendo dalle nuvole.
Vuoi dire che davvero ci nutriamo di plastica?, avevo cominciato a sudare.
Io no, ma tu se vuoi puoi nutrirti anche di cemento armato.
Iperventilavo, sudavo freddo e mi cedettero le zampe. Una donna corpulenta e profumata, che stava in fila dietro di me, mi prese per le spalle salvandomi dall’impatto. Mi misero supino su un paio di sedie allineate e mentre mi tenevano i piedi palmati all’aria per risollevare la pressione un signore con bombetta nera, e occhiali enormi e tondi, mi disse che avevo bisogno di zuccheri. Si fece portare un muffin dalla cameriera, un muffin di plastica, e spezzandolo con dolcezza mi imboccò.

Quel muffin sapeva di muffin, e glassa e mandorle e miele.
Posso assaggiare la montatura dei suoi occhiali?, chiesi.
Perché mai dovresti farlo?, mi disse il signore con bombetta, e poi, rivolgendosi agli altri, e disegnando dei cerchi col dito vicino a una tempia, sussurrò: Mi sa che questo non ci sta con la testa.
La plastica, dissi, e poi mi fermai. In fondo non sapevo cosa avrei voluto dire: che la plastica avrebbe dovuto sapere di plastica? Che i Muffin, nella dimensione da cui provengo, sono molto meno colorati e precisi, più friabili, porosi e gretti? Mi rimisi in piedi – in zampe, dovrei dire – e ringraziando, e chiedendo scusa, lasciai il locale.

L’aria di fuori mi disannebbiò il cervello. Profumava di città, di gas di scarico e pollo allo spiedo, di polvere e di catrame fuso. Un cumulo di cirri a nord formava la strana sagoma di un cane dalla testa sproporzionatamente grande. In lontananza svettavano un paio di grattacieli, una fabbrica a carbone dagli alti fumaioli e schiere di palazzi a sette, otto o nove piani.
Ah, poco lontano dal Colosseo, un gigantesco palazzo dalla forma cubica proiettava la sua tozza e inconfondibile ombra sulla città.
In che città ci troviamo?, chiesi a un passante afferrandolo per un braccio.
Eh?, alzò un sopracciglio e notai che la sua iride era troppo verde e troppo grande.
Come si chiama questa città?, Roma?, gli lasciai il braccio spolverandogli la giacca con la mano, fingendomi mortificato.
Roma?, disse, Ma si sente bene?, chiese, per poi aggiungere: Siamo a Paperoma, la capitale de…
Cos’è quello?, lo interruppi, Quella costruzione azzurra con un glifo inciso sulla facciata e una cupola gialla sul tetto?
È il, esitò, marcando un po’ più di distanza da me, come se avessi la peste, È il deposito di Paperon De Paperoni…
Fu in quell’istante che alcune sinapsi nel mio cervello di papero scoppiarono, come brufoli schiacciati a sangue, oscurandomi la coscienza d’un fischio nero.

Nessun commento:

Posta un commento