Mi presentai al deposito con le occhiaie e le zampe indolenzite. Avevo camminato per ore prima di prendere una decisione. Al primo cartello segnaletico di pericolo mi chiesi quanti neuroni avessi dovuto bruciare per partorire una realtà del genere: diceva CAMPO MINATO. Al secondo cartello pensai di rinunciare. Al terzo cartello una piattaforma a molla venne fuori dal terreno e mi catapultò indietro. Riverso sul prato sintetico assistetti alle operazioni di una strana squadra speciale che, caricandomi su una barella, come un calciatore infortunato o un miliare appena saltato su una granata, mi portò dentro il deposito a tamburo battente.
Il corridoio d'ingresso brillava di luci caleidoscopiche. O forse era la botta.
Quando un papero si fa male attorno alla testa compaiono emicicli di stelle e colibrì.Il dolore però è pressapoco uguale.
L'uomo che tira la barella ha spalle larghe, capelli tagliati corti a spazzola e un auricolare bianco nell'orecchio. Dietro di me invece c'è un papero minuto, con il capo enorme e gli occhi verdi. Per la prima volta mi soffermo sul piccolo particolare che in questa realtà ci sono due specie dominanti: uomini e paperi. Il fatto che io creda di essere un uomo può anche essere spiegato ricorrendo a qualche strana psicosi che ancora non mi hanno diagnosticato, tipo quel ragazzino che credeva di essere un lupo, come si chiama, Mowgli. Ma che sullo stesso pianeta convivano due specie così diverse, e tra loro facciano all'amore, è difficile da mandare giù.
A meno che la mia follia non stia facendo il doppio gioco.
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