mercoledì 25 agosto 2010

paperi si diventa

Nilla Pizzi cent’anni fa si dispiaceva d’esser nata paperina, vincendo Sanremo e concludendo che così è la vita. Io invece paperino lo divenni, così, all’improvviso, nel bellissimo mezzo di una nottata d’agosto, con le finestre chiuse e le cosce spalancate di una donna conosciuta in rete. Mi guardai le mani, mi contai le dita, arrivai a quattro su una mano, a quattro sull’altra e facendo la somma bestemmiai.
Lasciando la stanza, piume al vento, dissi: basta canne.

In realtà di canne me n’ero fatta una sola, in vita tutta, giusto la sera prima, e seppure l’ipocondria ce la mettesse tutta, mi sembrò difficile che quella riduzione digitale fosse da attribuire a pochi grammi di fumo turco. Tuttavia, meglio un paio di neuroni bruciati che questo. Davanti alla porta di casa mi sentii disorientato, come per aver sbagliato strada-uscita-porta. Davanti a me, tutt’attorno al palazzaccio brutto dell’Upim, si dipanava una schiera di case con giardino all’americana pullulanti di annaffiatoi e annaffiatori. In lontananza, luccicava bianco fra due grattacieli un grosso e tozzo razzo-missile con la scritta Paperesia su un fianco.
Tra una Punto cabrio e una Volvo vidi parcheggiarsi un maggiolino di plastica targato a 3 cifre. 
Alzai gli occhi al cielo per chiedere spiegazioni, ma il cielo me lo impedì, con una colorazione pastello, nuvole da cartone animato e uccelli bianchi dagli occhi grandi.

Qualcuno ha disegnato un cielo nel cielo, pensai, mentre un signore occhialuto, alto e longilineo, con la palandrana gialla bene arrotolata attorno al corpo, mi chiedeva se mi sentissi bene. 
Ho quattro dita, dissi. 
Mi stupirei del contrario, fece lui. E rise.
Quattro per mano, dissi, facendo vedere.
Tutti i paperi hanno quattro dita per mano, disse lui, come se fosse la più ovvia delle verità.
Io non sono un papero, esclamai. Poi però mi resi conto che, nel moto di rabbia e ostinazione, non avevo battuto un piede, sull’asfalto, ma qualcosa di più floscio. Abbassai lo sguardo e vidi zampe larghe e arancioni. Palmate.
Dunque, chiesi scusa e svenni.

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