Chi sono, dove sono, che farò. Secondo il mio vecchio analista dovrei farmi tre domande, ogni mattina, e poi fare appello a tutte le mie forze e tirarmi su dal letto.
Ricordo che mia zia e mia nonna avevano due modi diversi di uccidere un piumatile: zia il collo glielo tagliava di netto con un macete, nonna invece, poco meno sensibile, preferiva spezzarglielo a mano. Quando mi guardo allo specchio una lacrima mi riga il becco in memoria della nonna: con un collo come quello che mi ritrovo oggi avrei dovuto legarla mani e piedi. Anche zia, che cucinava un anatra all’arancia spettacolosa. Perché – rispondo alla prima domanda – io sono un papero.
Dove sono? In una dimensione parallela forse, o nella mente di un pazzo, o nella versione reale di un mondo che prima – prima di guarire, dice il mio nuovo analista – ho immaginato leggermente più coerente.
Che farò? Se tutto va bene mi suiciderò entro la fine dell’anno. Se tutto va male, prima.
In realtà, il mio vecchio analista mi aveva proposto tipi di domanda diversa. Roba da far lavorare il cervello, da spingerlo a mettersi in moto, di modo da guidarlo fuori dalle nebbie dell’abbiocco. Roba capace di incuriosirmi, tipo: come mai le zebre hanno le strisce? Perché le stelle lampeggiano? Però, per il mio nuovo analista non ho mai avuto un vecchio analista, dunque ’sti cazzi. Secondo il mio nuovo analista, inoltre, non ho mai avuto nemmeno una nonna o una zia capaci di attentare alla mia vita, e i pensieri di poco fa sarebbero dunque trasposizioni di un mio disagio inconscio e profondo, della cui natura discettiamo tutti i mercoledì nel tempo di 45 minuti e 120 eurodollari.
Ogni mattina, ad ogni modo, quando metto giù le zampe dal letto e le scruto a occhi appannati sul tappeto, non posso fare a meno di chiedermi in che razza di guaio cosmico mi sia cacciato per non sapere più chi sono, dove sono e che farò.
Nessun commento:
Posta un commento