domenica 3 ottobre 2010

terapia e paperi 2





Come si chiama?
Saso.
Conosce la persona in questa foto?
Certo, è quella zoccola della mia ex.
E questa?
Il mio ex coinquilino.
Bene, ora mi dica: conosce questo papero?
Somiglia un po' a Paperino ma, scusi, ora che ci penso: somigliano tutti a Paperino!
Tutti chi?
Tutti i paperi di questo...
Di questo cosa?
Di questo pianeta, di questa dimensione, di questa… qualunque cosa sia! Basta mi sono rotto, me ne vado!
Aspetti: io sto cercando di farle riprendere il controllo della sua vita. Quello che facciamo qui è una ricerca: esploriamo la sua mente cercando di mettere ordine nel caos. Dopo tutto quello che ha passato è normale che la sua mente sia alla deriva: dobbiamo solo darle il modo di raggiungere un facile approdo.
Ma cosa ho passato, non so di cosa parla!
L’esplosione, la botta in testa, il coma…
Io non ho mai…
Che c’è?
Ho qualcosa, qui, un… un bernoccolo…
È la cicatrice, non la traumatizzi…
Quando… cosa mi è successo?
Venga, torni a sedere. Mi dica, qual è il primo ricordo che ha di questa nuova, chiamiamola così, di questa nuova vita da papero.
Stavo… Ecco, stavo facendo sesso con una ragazza. Ha uno specchio, voglio vedere questo bozzo…
Una donna o una papera?
Una donna. Cazzo, brucia, perché non me ne sono accorto prima?
Dov’eravate, si concentri: dov’eravate lei e la ragazza?
A casa mia… Cioè, no, in un appartamento: non era casa mia quella!
Dov’è casa sua?
Nel mio universo, non qui sicuramente!
Saso. Lei deve capire che tutto ciò che ha passato…
Ma cosa ho passato, si può sapere?
Gli ultimi eventi di cui è stato protagonista, ne parleremo presto, hanno costretto la sua mente a creare questa rappresentazione, questa fantasia. È una strategia, attraverso la quale la sua mente prova a rielaborare il trauma.
Ma che trauma, cristo!
Lei non ricorda proprio questo papero? Guardi bene questa foto, la prenda.
No, non so chi sia, sembra uno dei…
Ha visto qualcosa? Mi dica, cosa l’ha colpita?
Questo disegno… dietro le spalle del papero… L’ho fatto io.
Bene, abbiamo un appiglio, continui: quando l’ha fatto?
Non lo so… Cioè, ricordo di averlo disegnato ma… non so come sia finito su quella parete!
Questo papero non le è famigliare?
Le ho detto di no! Ma perché insiste, crede… crede che se me lo domanda cento volte mi viene un’illuminazione? Non so chi sia, me lo dica lei: chi diavolo è questo papero e perché ha il mio disegno? Cosa…?!
Si calmi, la prego. Io posso immaginare cosa si prova a non avere il controllo della propria mente…
Io non sono pazzo.
No, non lo è. Ma lei non si ricorda di questo papero: lei non si ricorda di suo figlio.
Cosa…?





sabato 2 ottobre 2010

il ratto del papero

Mi presentai al deposito con le occhiaie e le zampe indolenzite. Avevo camminato per ore prima di prendere una decisione. Al primo cartello segnaletico di pericolo mi chiesi quanti neuroni avessi dovuto bruciare per partorire una realtà del genere: diceva CAMPO MINATO. Al secondo cartello pensai di rinunciare. Al terzo cartello una piattaforma a molla venne fuori dal terreno e mi catapultò indietro. Riverso sul prato sintetico assistetti alle operazioni di una strana squadra speciale che, caricandomi su una barella, come un calciatore infortunato o un miliare appena saltato su una granata, mi portò dentro il deposito a tamburo battente.
Il corridoio d'ingresso brillava di luci caleidoscopiche. O forse era la botta.

Quando un papero si fa male attorno alla testa compaiono emicicli di stelle e colibrì.Il dolore però è pressapoco uguale.

L'uomo che tira la barella ha spalle larghe, capelli tagliati corti a spazzola e un auricolare bianco nell'orecchio. Dietro di me invece c'è un papero minuto, con il capo enorme e gli occhi verdi. Per la prima volta mi soffermo sul piccolo particolare che in questa realtà ci sono due specie dominanti: uomini e paperi. Il fatto che io creda di essere un uomo può anche essere spiegato ricorrendo a qualche strana psicosi che ancora non mi hanno diagnosticato, tipo quel ragazzino che credeva di essere un lupo, come si chiama, Mowgli. Ma che sullo stesso pianeta convivano due specie così diverse, e tra loro facciano all'amore, è difficile da mandare giù.
A meno che la mia follia non stia facendo il doppio gioco.